Casi di riuso a Torino

(a cura di Paolo Zeppetella)

Tra progettualità istituzionale, effervescenza sociale e ampia disponibilità di spazi da riutilizzare: perché Torino come caso studio

I casi studio presi in esame riguardano tutti la città di Torino. Si tratta di frammenti, di elementi apparentemente secondari nel grande mosaico delle politiche pubbliche che hanno cercato di affrontare la crisi (economica, sociale, politica, perfino demografica) che attraversa la città da oramai più di vent'anni. In questo lasso di tempo, e con un'accelerazione particolare a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, sono state investite ingenti risorse nel tentativo di ridare slancio all'economia della città, di sanare le lacerazioni sociali che rischiavano (e ancora rischiano) di fare di Torino un'area definibile come “depressa”. Una quantità considerevole di risorse (e una percentuale maggioritaria di queste è stata messa a disposizione da amministrazioni pubbliche ai vari livelli) è stata spesa per ammodernare le infrastrutture di trasporto (con opere quali il passante ferroviario, la prima linea di metropolitana, l'ammodernamento della rete tranviaria con la creazione di alcune linee di metropolitana leggera), per risanare il centro storico, per colmare i vuoti urbani lasciati dalle industrie dismesse, per tentare di migliorare la dotazione di servizi nelle aree marginali, per attirare nuove attività economiche o per attirare investimenti privati, per riorganizzare il comparto produttivo, e così via. Un grande sforzo con molti protagonisti, e con politiche dagli stili molto differenti. Quanto detto nell'introduzione, e cioè che le sperimentazioni di politiche pubbliche in qualche forma partecipate rappresentano solo un frammento quantitativamente secondario (sia in senso stretto, cioè il numero di politiche nelle quali sono previste forme di partecipazione rispetto a quelle più tradizionalmente top-down, sia relativamente alla quantità di risorse finanziarie spese) in un contesto che tende a seguire strade già sperimentate per la decisione pubblica, si adatta molto bene al caso torinese. Accanto al Progetto Periferie, che è stato ed è tuttora uno dei motori di tali sperimentazioni (pur essendo passato attraverso diverse trasformazioni, fino a diventare oggi il Settore Rigenerazione Urbana), vi sono i progetti per le Olimpiadi del 2006, per il Passante Ferroviario, per la Spina, che attraggono una quantità di risorse incomparabilmente maggiore, sia in termini strettamente finanziari che più in generale di energie politiche, tecniche e sociali. Nelle politiche delle grandi opere la relazione con le comunità locali è quasi sempre frammentaria, casuale, poco strutturata; a prevalere è la consuetudine alla compartimentazione delle competenze, il ricorso a forme procedurali sperimentate. Si tratta di politiche abbastanza classicamente top-down, nelle quali la sperimentazione di nuove forme di interfaccia con il locale (o, meglio, con i locali) ha un ruolo marginale e quasi esclusivamente di costruzione/consolidamento del consenso attorno a scelte che sono già state prese in un altrove tecnico-politico che con la complessità del territorio ha un rapporto strumentale (e che anzi tende a ridurre/semplificare tale complessità).

Prima di addentrarsi nella disanima dei casi può essere utile tracciare un quadro sommario del contesto torinese così come è andato definendosi in questi ultimi anni. Nel corso degli anni '90 la città di Torino ha rappresentato un laboratorio fra i più interessanti per l'elaborazione e l'attuazione di politiche integrate innovative, almeno rispetto al panorama italiano. Paradossalmente (fino ad un certo punto) questo attivismo sul fronte delle politiche ha avuto luogo in un periodo storico caratterizzato da cambiamenti radicali e in larga misura drammatici – o potenzialmente tali – nella composizione economica, politica, sociale e finanche demografica della città. Qui di seguito ne sono descritti alcuni.

Declino economico

Il passaggio ad un'economia post-fordista per Torino non è stato un processo astratto, vissuto in maniera più o meno inconsapevole. Al contrario questa transizione ha lanciato per più di vent'anni segnali ben tangibili, tanto socialmente quanto fisicamente, sulla sua stessa struttura urbana. La lunga e lenta agonia della FIAT e di tutto il sistema industriale che le ruota attorno ha determinato una pesantissima crisi economica e occupazionale. Nel volgere di poco più di un decennio Torino ha dovuto forzatamente reinventarsi un futuro economico, sganciandosi dalla monocultura motoristica che così pesantemente l'ha caratterizzata almeno dal secondo dopoguerra in poi. In larga misura questa fase di ‘elaborazione del lutto' e di ricerca, alquanto affannosa, di nuovi orizzonti di sviluppo è ancora in corso, e i suoi esiti sono incerti. La FIAT è fortemente ridimensionata e con il fiato delle banche sul collo, ma è ancora il posto di lavoro per alcune decine di migliaia di torinesi (in maniera diretta o indiretta), i suoi edifici continuano ad occupare una percentuale rilevante del suolo urbano e il suo indotto mantiene una forza d'impatto considerevole sull'economia della città. Dall'altro lato gli investimenti fatti nel corso dell'ultimo decennio per diversificare la base economica della città (dalle nuove tecnologie al rilancio del cinema, fino al tentativo di inserire Torino in circuiti turistici di una certa rilevanza) non sembrano ancora in grado di reggere le sorti della città nel futuro senza i due pilastri del passato: grande industria e costruzioni.

Scarsità di risorse

Gli anni ‘90 sono stati caratterizzati da un progressivo decremento delle risorse finanziarie pubbliche a disposizione delle amministrazioni locali, e a un contemporaneo aumento delle responsabilità di queste rispetto alla gestione di forme di welfare di scala locale. Questo non è certo un problema specifico di Torino, ma la crisi della finanza pubblica ha un peso più rilevante in un luogo in cui una fetta maggioritaria della popolazione è fuori dal mercato del lavoro (un terzo dei torinesi ha più di 65 anni, in alcuni quartieri la disoccupazione tocca punte del 20%, una parte rilevante delle persone espulse dalla fabbrica dipendono da forme di sussidio economico pubblico quali assegni di mobilità, di cassa integrazione, e così via). La necessità di elaborare forme di welfare locale si è così inserita in un processo di devoluzione delle competenze dal settore pubblico al cosiddetto “terzo settore”, tanto che oggi la maggior parte dei servizi sociali (dall'assistenza domiciliare all'educativa di strada, dagli interventi sul disagio al trattamento delle tossicodipendenze) sono appaltati a una fitta rete di cooperative sociali e associazioni. Questo fenomeno sta ridefinendo, nei fatti se non ancora completamente dal punto di vista normativo o del sentire comune, il rapporto fra pubblico e privato, almeno alla scala locale.

Vuoti urbani – un territorio da reinventare

La dismissione di un'enorme quantità di edifici industriali ha comportato la necessità di reinventare il paesaggio urbano alla radice. Per gestire questo passaggio fu elaborato alla fine degli anni '80 un nuovo PRGC, che si è presto rivelato essere uno strumento largamente insufficiente a guidare le trasformazioni; molto più utili si sono rivelati in realtà strumenti più flessibili e legati alla specificità dei luoghi quali PRU, PRiU, PRUSST, Contratti di Quartiere e così via. Dopo un periodo di sostanziale immobilismo, a partire dalla metà degli anni '90 hanno preso il via numerose iniziative di riutilizzo delle aree lasciate libere dalle industrie, a cominciare da quelle sulla Spina Centrale1. La destinazione delle aree è per gran parte a residenza, e solo in una percentuale minore ad attività produttive (in molti casi a partire dallo stimolo di investimenti pubblici) o per servizi.

Crisi di rappresentanza

Il sistema della rappresentanza politica che aveva retto le sorti della città dal dopoguerra ai primi anni '90 ha attraversato una crisi profonda. Non sono soltanto le vicende legate a tangentopoli (che peraltro causarono la crisi della coalizione che aveva governato la città dalla metà degli anni '80 fino al ‘93) a definire i caratteri di questa crisi: ciò che non funziona più – di nuovo, qui come altrove in Italia – è il rapporto fra rappresentati e rappresentanti, vale a dire fra cittadini, gruppi di interesse, categorie sociali e partiti. Anche gli ambiti politici che escono pressoché indenni dalla bufera giudiziaria (l'ex PCI) sono costretti a fare i conti con la crescita di questo gap, e a inventarsi nuove forme di relazione con la città. Anche in questo caso il crescere di peso dell'associazionismo ha fornito risposte (parziali) al deficit di rappresentanza, andando a formare un'interfaccia di tipo nuovo fra i cittadini e le istituzioni (in termini di capacità di lettura dei bisogni sociali, e di traduzione di questi all'interno della sfera delle politiche).

Nuovi immigrati, nuove povertà

Dopo un periodo di stabilizzazione dei fenomeni migratori che così profondamente hanno segnato la crescita di Torino nel secondo dopoguerra (fino a farne la ‘seconda città meridionale d'Italia') a partire dai primi anni ‘90 l'immigrazione di cittadini da paesi extra-europei ha contribuito a ridisegnare l'aspetto della città. L'impatto dei nuovi migranti è evidente a più livelli:

  • nella strutturazione del mercato del lavoro;
  • nella struttura demografica della città (per la gran parte i migranti sono di età inferiore ai 40 anni, e questo ha un impatto forte su di un territorio che ha visto negli ultimi trent'anni un costante aumento dell'età media dei suoi abitanti);
  • nelle fortissime tensioni fra nuovi e vecchi abitanti (o per meglio dire fra nuovi e vecchi migranti) che si sono registrate nei quartieri di primo approdo degli immigrati (San Salvario e Porta Palazzo);

Ma una presenza di cittadini extracomunitari così massiccia ha anche un impatto fortissimo sui servizi, sia pubblici sia privati: dalla scuola alla sanità, dall'assistenza agli istituti di pena, dal commercio ai luoghi di culto, e così via. I bisogni di cui i nuovi migranti sono portatori hanno un peso qualitativo oltreché quantitativo sul tessuto locale, e in effetti hanno comportato una radicale riorganizzazione dell'intera offerta dei servizi, in parte gestita dai migranti stessi (in particolare per quanto riguarda il commercio). Infine le nuove migrazioni disegnano un diverso profilo della marginalità sociale, nel quale ai caratteri consueti si somma la questione del non pieno godimento dei diritti di cittadinanza determinato dal fenomeno della clandestinità (e comunque dalla provvisorietà di diritti legati ad un documento a termine quale il permesso di soggiorno).

Opportunità

Accanto a queste condizioni di crisi effettiva e/o potenziale la città nel suo insieme ha mostrato negli ultimi anni di possedere (e di sapere in parte valorizzare) risorse proprie da mettere in gioco. In particolare vale qui la pena sottolineare:

  • la presenza di un tessuto associativo molto ricco e con una certa capacità di auto-organizzazione (il cosiddetto “terzo settore” conosce una rapidissima crescita proprio negli anni a cavallo fra la fine degli '80 e l'inizio dei '90);
  • la crescita di un ceto politico più aperto che altrove a sperimentazioni in termini di governance, anche se spesso tale apertura corrisponde ad atteggiamenti di comodo, alla ricerca di consensi non più ottenibili con i meccanismi tradizionali;
  • la presenza di una rete di funzionari, all'interno della Pubblica Amministrazione, in grado di recepire gli stimoli provenienti tanto dall'alto – i politici – quanto dal basso – la 'società civile' – e di lavorare per il superamento di settorialismi, rigidità nella divisione delle competenze, incapacità di integrare rapporti formali e informali, etc;
  • la presenza di una rete di professionisti di vario genere in grado di fornire un valido supporto ai processi di governance avviati, in particolare per quanto riguarda la messa in rete degli attori, le tecniche di negoziazione dei conflitti e di costruzione della partecipazione.

Naturalmente quanto illustrato qui non è che una parte dei complessi fenomeni che attraversano il territorio torinese, e forse nemmeno i più rilevanti. Quello che pare essere difficilmente confutabile è il fatto che, oltre quindici anni dopo l'uscita di un libro dedicato alla crisi di Torino e che si intitolava provocatoriamente “Sapevate che le città possono anche morire?” (Cresto-Dina, Fornaris, 1993), alle incertezze non risolte - FIAT in testa - si sono affiancate molte politiche pubbliche che hanno in ogni caso avuto il merito di rimettere in circolazione energie che rischiavano di andare disperse. Pur con effetti contraddittori e con molte resistenze e opposizioni, i processi politici attivati a Torino negli ultimi dieci anni sembrano indirizzati a individuare nuovi modi di produzione di beni pubblici, a partire dalle forze di volta in volta disponibili (istituzionali o meno, pubbliche o private, del “terzo settore” o legate ai “poteri forti”).

note

  1. Si tratta di amplissime aree ai lati della ferrovia Torino-Milano che hanno costituito uno dei principali luoghi di concentrazione di attività industriali fin dall'inizio del secolo scorso. I terreni sono sia di proprietà pubblica o para-pubblica (FFSS, IRI) sia di proprietà privata (FIAT, Michelin, etc.).